Perugia

Il Circolo si riunisce tutti i giovedi dalle 19,00 alle 20,15 presso la sala Giovanni Paolo II nel Santuario di Ponte della Pietra.
lunedì, 12 maggio 2008

Entro, timbro e me ne vado

L'inchiesta: Davanti al "Palazzaccio" di Roma
gli impiegati escono dopo aver vidimato l'ingresso

"Entro, timbro e me ne vado"
trucchi da travet in Cassazione

di GIULIA SANTERINI

<B>"Entro, timbro e me ne vado"<br>trucchi da travet in Cassazione</B>

La Corte di Cassazione


ROMA - Entrano, timbrano e riescono. Con noncuranza, come se fosse la cosa più normale del mondo. Come se lo facessero tutti i giorni. E infatti molti confessano: si assentano spesso dal lavoro dopo aver passato il badge nelle macchinette dell'ingresso. Per andare a parcheggiare, per portare il figlio a scuola o per un caffè. Tutto pagato, perché compreso nell'orario di lavoro. E tutto documentato da tre telecamere nascoste di Repubblica Tv: due esterne e una fatta entrare tranquillamente dall'ingresso degli avvocati, senza metal detector, sotto gli occhi dei carabinieri.

La scena è quella dell'imponente ingresso della Corte di Cassazione, il Palazzaccio di Piazza Cavour, a Roma. Tra le 7.30 e le 9.30 del mattino di un giorno feriale. I dipendenti salgono la scalinata. Alcuni scompaiono dietro la vetrata: hanno iniziato la loro giornata di lavoro. Altri accostano, lasciano l'auto con le doppie frecce lampeggianti, riescono dopo tre minuti e risalgono in auto. Cosa è successo? La telecamera non lascia dubbi: hanno passato il badge nell'apparecchio.

Li blocchiamo in fondo alla scalinata, per chiedere spiegazioni. La scusa più usata? Il parcheggio che non si trova. Ecco la prima impiegata, sulla cinquantina: "Si è vero, ho timbrato. E ora vado a parcheggiare. Ma lo sa lei che problemi ci sono a Roma con i parcheggi?". Le domandiamo se sa che sta commettendo un illecito: "Certo che lo so, potrei beccarmi un provvedimento disciplinare".

Ecco un'altra donna, una mamma, 40 anni circa, il bambino è rimasto in macchina, mentre lei timbrava. Le chiediamo dove va, lei si difende: "Ho un altro figlio malato a casa, mio marito è con lui. Vado a portare il bambino alla scuola qui vicino. Guardi che non possiamo fare più niente, siamo controllati a vista, come carcerati". Non sembrerebbe, almeno a vedere i gruppetti di impiegati andare a prendere il caffè al bar all'angolo della piazza e rientrare a passo lento dopo quasi mezz'ora. Filmati da Repubblica Tv, come la bella bionda che timbra, esce, riparte in auto con un accompagnatore e viene riportata in sede dopo 25 minuti.
Gli uffici sono ai piani alti e nessun capoufficio, ci svela serenamente un'impiegata, può accorgersene. Un'altra madre ammette: "Il vero problema non sono i 10-20 minuti per parcheggiare, potrei passare sei ore senza lavorare e nessuno mi direbbe niente". Solo un signore, ripreso anche lui dalla telecamera mentre timbra, tenta di negare. Poi ci svela: al Tribunale di Milano è anche peggio, in un ufficio si sono accorti che un impiegato mancava solo dopo tre giorni di assenza.

La macchina della Cassazione non brilla per efficienza: per una sentenza bisogna aspettare 38 mesi, secondo i dati della Relazione sulla Giustizia del 2007. E il lavoro si accumula: alla fine del 2007 le pendenze erano 102mila e 500, 1.700 in più che all'inizio dell'anno. E la lentezza della giustizia la paghiamo tutti: 41 milioni e mezzo di euro di risarcimenti in 7 anni per "i tempi non ragionevoli" dei processi. Alla domanda su quanti sono i dipendenti della Cassazione e quanto guadagnano né il direttore del personale della Corte né il ministero della Giustizia hanno dato risposta.
( 12 maggio 2008)
postato da Ernestor alle ore maggio 12, 2008 23:34 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: mal costume


lunedì, 12 maggio 2008

UN ANNO DAL FAMILY DAY E L’AVVIO DELLA NUOVA LEGISLATURA

Dunque, riprendiamo il discorso. Esattamente da quel punto di caduta

DOMENICO DELLE FOGLIE

È tutto fuorché una cartolina sbiadita, il ricordo di quel dodici maggio dello scorso anno a Piazza San Giovanni. Era il giorno tanto atteso del Family Day. L’evento di popolo che ha stoppato il tentativo di introdurre in Italia un’ambigua e artificiosa legislazione sulle unioni civili (anche omosessuali), ha evitato la nascita dei 'Dico' che avrebbe sancito la nozione di 'famiglie' (al plurale), ha evitato l’offuscamento del ruolo e della fisionomia della famiglia così come ce l’hanno consegnata l’antropologia e la tradizione civile occidentale. Un giorno di festa della famiglia, che visse dell’apporto decisivo di un numero straordinario di nuclei familiari, giunti a Roma da ogni angolo del nostro Paese, per non perdersi un appuntamento importante e per ricordare, ad una comunità nazionale frastornata, che di famiglia ce n’è fondamentalmente una: quella formata da un uomo e da una donna e aperta all’accoglienza dei figli. Nulla di più semplice, si dirà, visto che il Family Day è entrato prepotentemente nell’immaginario collettivo. Eppure basta scorrere i quotidiani degli ultimi giorni per verificare come i tentativi di negare questa realtà solare siano ancora tenacemente sostenuti da una parte della pubblicistica italiana, sempre più vicina alla cultura del desiderio e quanto mai disattenta dinanzi a tutto ciò che si iscrive nell’orizzonte della naturalità, o se volete, della normalità. L’esempio più recente sono le cifre, assolutamente gonfiate, lanciate dal principale quotidiano italiano, sui figli che vivrebbero all’interno di nuclei omosessuali. E ad aggravare le cose, ecco rimettersi in moto i radicali. Mai domi, hanno convocato proprio per il 12 maggio, una conferenza sull’'Amore civile'. Vorrebbero riprendere la loro battaglia, esattamente dal punto in cui avevano subito un durissimo scacco, riproponendo tutto il loro armamentario, a cominciare dalle unioni di fatto e omosessuali, per procedere con il divorzio breve e via via degradando. Il tutto con l’obiettivo finale di lanciare un 'tavolo per la riforma globale del diritto di famiglia'. Eppure, sembrava chiaro a tutti, dopo il 12 maggio del 2007, con quella piazza multicolore in cui i bambini la facevano da padroni, che non ci fossero dubbi sulla stima che i cittadini italiani nutrono nei confronti della famiglia, per il suo ruolo insostituibile nella coesione e nello sviluppo del Paese. Un messaggio così forte e interiorizzato, da vedere i partiti in corsa alle recenti elezioni politiche, fare a gara nello sciorinare proposte a favore della famiglia. Dal quoziente familiare del Popolo della libertà alle deduzioni fiscali dell’Unione di centro, per finire con la dote fiscale per ogni bimbo del Partito democratico, è stato tutto un susseguirsi di promesse, che hanno inciso, non poco, sull’esito elettorale. In sostanza le forze politiche più avvedute hanno capito molto bene il messaggio del Family Day e la sua scelta innovativa. Da piazza San Giovanni, infatti, non si levarono urla di protesta, né furono lanciati avvertimenti al Palazzo. Si volle, piuttosto, dare voce ad un mondo che credeva, e crede, nel valore della famiglia. E lo fece con pacatezza, con la misura nelle parole, ma con l’eloquenza dei gesti. Sul palco c’erano i bambini, i clown e l’orchestra. Ma da lì veniva anche il racconto, attraverso le parole dei leader del mondo cattolico, di un’Italia operosa e positiva che chiedeva alle classi dirigenti di avviare politiche per la famiglia 'audaci e durature'. Almeno quel messaggio, al di là dei tentativi maldestri del sistema dei media di ridurre l’evento ad una guerriglia politica, sembra essere andato a segno. In quest’ottica non ci resta che aspettare, prudentemente, i gesti che il nuovo Parlamento e il governo appena insediatosi vorranno mettere in campo, per rispondere alle attese di quel popolo. Al mondo cattolico, protagonista di una giornata indimenticabile, nella quale seppe interpretare il 'senso comune' di un Paese che stima e ama la famiglia (atteggiamento puntualmente confermato nei giorni scorsi da un’indagine del Censis), il compito di non indietreggiare. Di proseguire coerentemente nella difesa e nell’affermazione di un’antropologia che ha nella famiglia uno dei suoi cardini principali. Con serietà e serenità. Senza collateralismi ma anche senza pregiudizi. Con capacità di discernimento e di proposta. Per amore della famiglia, per amore del Paese. [Avvenire]

postato da FrancescoDando alle ore maggio 12, 2008 10:46 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: famiglia, politica nazionale


venerdì, 09 maggio 2008

Gay Pride: non esiste un diritto all'esibizionismo


Tratto da Libero del 8 maggio 2008Tramite A Conservative Mind, il blog di Fausto Carioti

Tocca capirsi bene su questa storia del Gay pride. Perché dietro alla cortina di fumo delle libertà civili si nascondono ragionamenti che con i diritti individuali non hanno nulla a che vedere.

La libertà d’espressione è una cosa molto seria, che va un po’ oltre qualche piuma di struzzo rosa che spunta dal sedere. La vicenda è nota. Gianni Alemanno, neosindaco di Roma, interrompendo per un giorno il tentativo di flirt in atto con la sinistra, ha chiesto a chi parteciperà alla manifestazione di limitare i gesti di esibizionismo. Testuale: «Il problema non è omosessuale sì, omosessuale no. È esibizionismo sessuale sì, esibizionismo sessuale no, e di questo discuteremo in consiglio comunale e cercheremo di trovare una formula che non offenda nessuno». Nessun divieto, insomma, ma una semplice richiesta di contegno. Pare una posizione di buon senso. Anzi, diciamola tutta: l’avesse detta Walter Veltroni, una simile ovvietà, sarebbe entrata in un orecchio e uscita dall’altro, al pari di tante altre riflessioni dell’ex sindaco della capitale. Invece l’ha detta Alemanno, e allora apriti cielo.

Barbara Pollastrini, che da oggi non sarà più ministro delle Pari opportunità, se ne torna fuori con la storia dell’uomo nero (già spernacchiata dagli elettori della capitale, ma si vede che argomenti migliori a sinistra non ne hanno: urge riapertura della scuola delle Frattocchie). «Non sono stupita», dice dunque la Pollastrini, «Alemanno dimostra una piena continuità in quella mancanza di rispetto e in quell’insensibilità che contraddistinguono un certo tipo di destra». Il transgender (oggi si dice così) Vladimir Luxuria, ex parlamentare di Rifondazione, dalla prima pagina del quotidiano del suo partito ci fa sapere che «ostentare è un diritto», si arrampica in improbabili metafore che dovrebbero avvicinare l’esibizione in pubblico di uomini in perizoma all’ostensorio della liturgia cattolica e sfodera toni che sembrano più adatti a commentare il trattamento degli omosessuali nella Cuba dei fratelli Castro: «Vorrebbero continuare a vederci invisibili e clandestini». Peggio: il nuovo governo si prepara a «mettere in moratoria almeno per cinque anni i nostri diritti civili».

In parole povere, chiedere a chi sfilerà il 7 giugno di limitare gli smutandamenti sarebbe una pretesa fascista. Eppure, come ricorda anche la foto qui accanto, qualche problemino di decenza gli scorsi anni c’è stato. Senza entrare troppo nei dettagli, si sono visti giovanotti in nudo integrale agitarsi in pubblico, transessuali in topless reclamizzare i progressi della chirurgia estetica e altre scene che nel salotto di casa Ronaldo faranno pure sbadigliare, ma che in pieno giorno nelle strade della capitale, a tutt’oggi, stonano un po’. Soprattutto, sono contrarie alla legge.

Si lamentano tanto, Luxuria, la Pollastrini e i loro amici, ma la verità è che a loro sono concesse libertà che al resto della popolazione vengono negate. Se qualcuno allestisse una manifestazione nella quale ragazzi eterosessuali si mostrassero come mamma li ha fatti, al pari dei simpatici omo che si sono fatti immortalare davanti al Colosseo, organizzatori ed esibizionisti finirebbero davanti al magistrato, processati per direttissima. Ma loro hanno un salvacondotto speciale. È una delle tante novità del politicamente corretto: se una donna mostra le tette in mezzo alla strada finisce al commissariato, ma se a sfoderarle (finte) è un travestito siamo davanti a un gesto profondo, di affermazione della propria libertà ed identità, e guai al fascista che si azzarda a dirgli qualcosa.

Non resta che ripetere l’ovvio: nessuno, tantomeno Alemanno, impegnatissimo a farsi dare patenti di bravo ragazzo dai tanti che lo aspettano al varco col fucile puntato, intende proibire la sfilata. Nessuno pretende che gli omosessuali si nascondano: se si sentono discriminati e vogliono scendere in piazza con slogan e cartelli, affari loro. Lo fanno tante categorie, figuriamoci se una più o una meno cambia qualcosa. È che, visti i precedenti, si cerca di mantenere la loro apparizione nei limiti di quella decenza che è richiesta a ogni altra manifestazione. Sperando anche che essere omosessuali sia qualcosa di diverso, magari un po’ più complesso, che andare in giro a mimare atti sessuali bardati come caricature dei Village People.

postato da fabiotar alle ore maggio 09, 2008 12:35 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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venerdì, 09 maggio 2008

per non dimenticare...

La celebre foto del Presidente Moro sequestrato dalle BRE' noto che i gravissimi problemi della mia famiglia sono la ragione fondamentale della mia lotta contro la morte. In tanti anni e in tante vicende i desideri sono caduti e lo spirito si è purificato. E, pur con le mie tante colpe, credo di aver vissuto con generosità nascoste e delicate intenzioni. Muoio, se così deciderà il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell'amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall'alto dei cieli. Proprio ieri ho letto la tenera lettera di amore di mia moglie, dei miei figli, dell'amatissimo nipotino, dell'altro che non vedrò. La pietà di chi mi recava la lettera ha escluso i contorni che dicevano la mia condanna, se non avverrà il miracolo del ritorno della DC a se stessa e la sua assunzione di responsabilità. Ma questo bagno di sangue non andrà bene né per Zaccagnini, né per Andreotti, né per la DC, né per il paese. Ciascuno porterà la sua responsabilità. Io non desidero intorno a me, lo ripeto, gli uomini del potere. Voglio vicino a me coloro che mi hanno amato davvero e continueranno ad amarmi e pregare per me. Se tutto questo è deciso, sia fatta la volontà di Dio. Ma nessun responsabile si nasconda dietro l'adempimento di un presunto dovere. Le cose saranno chiare, saranno chiare presto.   Aldo Moro

postato da FrancescoDando alle ore maggio 09, 2008 12:33 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: storia vera


giovedì, 08 maggio 2008

I MINISTRI DEL NUOVO GOVERNO

I MINISTRI DEL NUOVO GOVERNO

- Ministri con portafoglio

ESTERI Franco Frattini
INTERNO Roberto Maroni
GIUSTIZIA Angelino Alfano
ECONOMIA Giulio Tremonti
DIFESA Ignazio La Russa
SVILUPPO ECONOMICO Claudio Scajola
PUBBLICA ISTRUZIONE Maria Stella Gelmini
POLITICHE AGRICOLE Luca Zaia
AMBIENTE Stefania Prestigiacomo
INFRASTRUTTURE Altero Matteoli
WELFARE Maurizio Sacconi
BENI CULTURALI Sandro Bondi

- Ministri senza portafoglio

RIFORME FEDERALISTICHE Umberto Bossi
SEMPLIFICAZIONE DELLE LEGGI Roberto Calderoli
ATTUAZIONE DEL PROGRAMMA Gianfranco Rotondi
POLITICHE COMUNITARIE Andrea Ronchi
PARI OPPORTUNITÀ Mara Carfagna
AFFARI REGIONALI Raffaele Fitto
POLITICHE GIOVANILI Giorgia Meloni
RAPPORTI CON IL PARLAMENTO Elio Vito
INNOVAZIONE Renato Brunetta
postato da Ernestor alle ore maggio 08, 2008 02:20 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
categoria: politica nazionale


mercoledì, 07 maggio 2008

cucu' e il cervello di Fini non c'è più!!!
postato da fabiotar alle ore maggio 07, 2008 16:54 | Permalink | commenti (4) / commenti (4) (pop-up)
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sabato, 03 maggio 2008

Meteo

[antidoti]


Antonio Gaspari, sull’agenzia Zenit del 22 aprile 08, fa sapere dell’uscita di un libro che si presenta intrigante: Fede e Scienza, un incontro proficuo. Origini e sviluppo della metereologia fino agli inizi del ‘900, scritto da Luigi Iafrate e pubblicato dall’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.

L’autore, che è uno specialista, ha pubblicato in precedenza un testo che, fosse uscito prima, mi sarebbe piaciuto utilizzare per il mio Doveroso elogio degli italiani (Bur): Dalla meteorologia antica alle origini italiane della meteorologia moderna. Diavoli d’italiani, hanno inventato proprio tutto! E non solo italiani ma pure preti! E’ un domenicano perugino, Egnazio Danti, a costruire il primo anemoscopio-anemometro (strumento che indica la direzione e misura la velocità del vento) moderno.

Evangelista Torricelli, faentino, inventa nel 1643 il barometro. E’ allievo del monaco Benedetto Castelli, che introduce il pluviometro. Nel 1654 il duca Ferdinando II de’ Medici inaugura il primo servizio meteorologico del mondo con l’ausilio del gesuita Luigi Antinori.

L’elettricità dell’aria è studiata, si sa, dal piissimo Alessando Volta. In contemporanea con lo scolopio Giambattista Beccaria. L’abate Felice Fontana perfeziona il barometro, il canonico Angelo Bellini il termometro, il barnabita Francesco Denza il pluviometro. Il gesuita Angelo Secchi realizza un metereografo, cioè la prima stazione automatica al mondo, meraviglia dell’Esposizione di Parigi del 1867.

Grazie a Denza e Secchi nacque in Italia il primo servizio meteorologico di Stato. Le stazioni di misurazione si trovavano nelle abbazie di Vallombrosa, Camaldoli, Montecassino e Montevergine. Agli inizi del ‘900 i gesuiti organizzarono una rete di osservazione per lo studio dei tifoni, a vantaggio della navigazione in Estremo Oriente.

Questo solo per la meteorologia...con buona pace di Odiofreddo piergiorgio. 

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giovedì, 01 maggio 2008

la coop sei tu chi si contraddice di più?

Paradossi del Primo maggio: Coop aperte e musei chiusi

di Vincenzo Chierchia e Cesare Peruzzi

Musei chiusi a Firenze. Ipercoop aperti in Piemonte. La festa del 1° maggio unisce i lavoratori di quasi tutto il mondo da fine '800 ma nell'Italia di oggi rischia di dividerli: da una parte quelli che festeggiano, dall'altra chi deve fare i conti con la concorrenza e assecondare le esigenze della clientela. Poco importa se i primi garantiscono un servizio pubblico mentre i secondi operano sul libero mercato. Anzi, è proprio qui la differenza.
Che una capitale del turismo come Firenze domani tenga chiuso il portone degli Uffizi rappresenta l'altra faccia della medaglia rispetto alla decisione di alcune catene distributive di restare aperte. Per la Coop, ad esempio, nata e cresciuta nell'alveo della cultura della sinistra italiana, si tratta di una svolta radicale, tenuto conto del significato simbolico della celebrazione del 1° maggio che trae origine dalle lotte sindacali americane, anche se fu introdotta per la prima volta nel 1894 in Canada e nel 1889 in Europa, dove venne ufficializzata come festività dai delegati della seconda Internazionale socialista a Parigi.
Per il mondo cooperativo aderente alla Lega c'è dunque una rottura marcata e meditata rispetto al passato. Il confronto con il mercato è ormai diretto e ineluttabile, e soprattutto ispira le decisioni più importanti. Si apre perché aprono gli altri concorrenti e perché la crisi dei consumi morde tutti gli operatori. L'obiettivo aziendale è dunque in cima all'agenda, quello ideologico resta su un piano diverso. Eppure la Coop è nata 150 anni fa proprio per contrapporsi all'impresa commerciale capitalistica.
Va aggiunto che nel mondo cooperativo la Borsa da molti anni ormai non più è un tabù, tutt'altro. La governance duale continua a farsi strada come riconoscimento indiretto che gli obiettivi "politici" dell'iniziativa cooperativa sono ormai su un piano nettamente diverso rispetto alla pratica aziendale quotidiana. In Europa è avanzato anche il confronto sulla legittimità di aiuti a gruppi cooperativi che consolidano le posizioni su scala nazionale e internazionale.
Di fallimenti rovinosi ve ne sono stati, di iniziative azzardate e poco trasparenti pure. E con questi il sistema cooperativo ha fatto i conti, spesso, in modo frettoloso e approssimativo. La commistione con i movimenti politici è stata deflagrante in diversi casi. Sotto questo profilo, l'abbandono del tabù del lavoro il 1° maggio costituisce una sorta di spartiacque, rispetto al vecchio approccio ideologico. Forse, sarebbe il caso che anche nel campo pubblico si cominciasse a cambiare mentalità, immaginando di prestare più un servizio che non di gestire un'attività autoreferenziale.
Per sgombrare il terreno da equivoci, è bene dire che chi scrive domani non lavorerà, proprio come i dipendenti degli Uffizi, perché tradizionalmente i giornali non escono il 2 maggio. Ma se fosse necessario nessun giornalista si tirerebbe indietro e comunque l'informazione sarà garantita da tv, radio e online. Mentre nessuno aprirà le porte dei musei alle migliaia di turisti che affollano Firenze. Ai quali non resterà che aspettare venerdì, e mettersi in coda.

Il solito dippiopesismo, se sono i "padroni" a tener aperto si scatena l'armata rossa, se l'Alitalia deve ritrovare la competitività con scelte realistiche si scatenano le forze oscure del male. Se però la "povera" legacoop deve tirare a campare invece è tutta un'altra cosa, e pensare che già paga il 17% di IRES contro il 43% delle aziende private, e pensare che da sola gestisce il 26% della grande distribuzione in Italia, e pensare che è la prima che beneficia delle liberalizzazioni (a senso unico) per la vendita dei medicinali, e pensare che è la prima in Italia a gestire il rifornimento di carburanti nei centri commerciali sempre grazie alle liberalizzazioni ad personam, e pensare che beneficia del prestito sociale, vera e prorpia finanziaria privata, e pensare che beneficia dei finanziamenti alla cooperazione, veri e propri aiuti di stato, e pensare che da sola ha un indotto annuo di 118 miliardi(!) di euro, e pensare che nelle regioni rosse non si muove un sasso se non passa per il vaglio di questi signori,
altro che conflitto d'interessi. Poverini, quasi mi fanno pena questi democratici. Ma sarà poi democrazia una cosa che passa sempre per il grande fratello delle grandi organizzazioni economiche?
Ernesto Rossi
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categoria: economia


giovedì, 01 maggio 2008

L'ultima perla di una collana di cazzate

Fecondazione: nuove linee guida cancellano divieto diagnosi preimpianto

SANTOLINI:
«Con un colpo di coda offensivo del suo ruolo istituzionale e scorretto verso il ministro che le subentrerà, la Turco fa uscire nuove linee guida sulla legge 40: da un governo che lascia anzitempo perchè pesantemente sconfitto dalle urne arriva l'ennesima freccia avvelenata che ha il sapore della vendetta. Il ministro uscente sbaglia, nel metodo e nel merito». È quanto afferma, in una nota, la responsabile Udc per la Famiglia, Luisa Capitanio Santolini. Nel metodo, spiega, «perchè dopo averle tenute nel cassetto per mesi, le emana proprio al termine del ballottaggio a Roma e a pochi giorni dall'insediamento del nuovo governo: segno- sottolinea l'esponente centrista- della consapevolezza che esse avrebbero indignato l'area moderata e cattolica e quindi danneggiato Rutelli e Veltroni». Sul merito, poi, continua Santolini, «la Turco fa scientemente un uso strumentale di sentenze che vanno contro lo spirito e la lettera della legge. La diagnosi pre-impianto apre scenari di selezione eugenetica, che è proprio quel che la legge voleva impedire, e che le sentenze del 2007 hanno ignorato. Inoltre, l'infezione da virus Hiv ai danni del feto è un dramma che in Africa si sta tentando di limitare. perchè in Italia si deve andare nella direzione opposta?». In tal senso, conclude Santolini, «mi auguro che il prossimo ministro abroghi immediatamente queste linee guida che dimenticano il risultato del referendum, e che il gruppo dirigente del Pd si renda conto che sono stati episodi come questo e quello dell'Osservatorio sulla Famiglia, altro colpo di mano stavolta di Rosy Bindi, che gli hanno fatto perdere la fiducia della gente».


LE NOVITA' - Queste le principali novità delle nuove linee guida secondo quanto riportato da una nota del Ministero della Sanità

1) La possibilità di ricorrere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita (PMA) viene estesa anche alla coppia in cui l’uomo sia portatore di malattie virali sessualmente trasmissibili, e in particolare del virus HIV e di quelli delle Epatiti B e C, riconoscendo che tali condizioni siano assimilabili ai casi di infertilità per i quali è concesso il ricorso alla PMA. In questi casi c’è infatti un elevato rischio di infezione per la madre e il feto conseguente a rapporti sessuali non protetti con il partner sieropositivo. Un rischio che, di fatto, preclude la possibilità di avere un figlio a queste coppie;

2) L’indicazione che ogni centro per la PMA debba assicurare la presenza di un adeguato sostegno psicologico alla coppia, predisponendo la possibilità di una consulenza da parte di uno psicologo adeguatamente formato nel settore;

3) L’eliminazione dei commi delle precedenti linee guida che limitavano la possibilità di indagine a quella di tipo osservazionale e ciò a seguito delle recenti sentenze di diversi tribunali e in particolare di quella del TAR Lazio dell’ottobre 2007. Questa sentenza come è noto ha infatti annullato le linee guida precedenti proprio in questa parte, ritenendo tale limite non coerente con quanto disposto dalla legge 40.

postato da fabiotar alle ore maggio 01, 2008 09:44 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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mercoledì, 30 aprile 2008

è ora di una politica nuova per i cattolici


Delusione cattodem, piani futuri nell’Udc, realismo formigoniano

Il virus dell’irrilevanza si insinua nei tre rami dei cattolici in politica

La ridotta siciliana del partito di Casini, la mortificazione (con trattativa) del governatore lombardo

Milano. Irrilevanza è la parola stregata, da esorcizzare. Invece ristagna nell’aria come certi malumori sottili che accomunano in questo debutto di legislatura le sponde diverse, forse anche lontane, del cattolicesimo politico italiano. Di quel che ne resta o di quello che sarà. Enrico Farinone, deputato ulivista in forza alla scarna pattuglia dei cattolici eletti dal Pd in Lombardia, l’altro ieri si lamentava: “Oggettivamente abbiamo perso voti nel nostro elettorato cattolico. Voti che sono andati all’Udc o addirittura alla Lega”. Una mezza bocciatura del progetto iniziale di contare molto, soprattutto al nord, dentro a un partito che invece proprio lì ha fatto un brutto scivolone. Meno pessimista, ma ragionevolmente preoccupato, il suo collega lombardo Lino Duilio, ex cislino, ex Ppi, di quelli che hanno scommesso sul “partito delle due cittadinanze”, come lo chiama. Duilio continua a credere nel progetto di un partito che sia sintesi laica di culture politiche diverse. Ma a patto “che quella di cui noi siamo espressione ritrovi un proprio radicamento sociale, una propria vitalità nella società civile. Prima che nella politica, è lì che la nostra tradizione popolare, sturziana, deve ritrovarsi. Altrimenti la pretesa di ‘contare’ nel partito diventa velleitaria e non pertinente”. Il nodo è proprio quello di un cattolicesimo politico che si va perdendo, spesso sulle vie della Lega: “E’ innegabile che una certa tradizione politica del cattolicesimo democratico sia diventata a poco a poco ‘aristocratica’, intellettuale, lontana dalla gente. Il caso di Brescia è chiaro. Se poi questo fa il paio con un partito che diventa leaderistico, senza radicamento, il famoso ‘partito leggero’, questo sì sarebbe il fallimento del nostro progetto. Questo è il vero punto, un radicamento popolare vero da cui poi escano le forze per la sintesi politica. Non la visibilità, o l’identità, che sono la vecchia strada”. Resta però, a tormentare la componente cattolica del Pd anche un problema di incidenza reale, destinata a calare. I non troppi “cattolici adulti” sopravvissuti – Rosy Bindi, Giuseppe Lumia, Mimmo Lucà, Giovanni Bachelet – peseranno meno all’opposizione. Il nuovo governo non sarà interessato a imprese “zapateriste”, così che agli esponenti “identitari”, da Paola Binetti a Enzo Carra a Luca Volontè, saranno richiesti meno eroismi e meno esposizione anche mediatica.
E’ per questo che c’è anche chi sta “sulla riva del fiume”. Come dice il centrista pezzottiano Battista Bonfanti, altro ex Margherita che ha però rifiutato di “traghettare verso l’irrilevanza”, e ha scommesso sulla Rosa per l’Italia. Sulla riva, Bonfanti aspetta il possibile transito in senso contrario di qualche vecchio amico; cosa giudicata tutt’altro che impossibile, nel medio periodo, soprattutto alle latitudini lombarde. Per ora, la strategia dei pezzottiani per resistere alla magra pesca elettorale e alla situazione da “rari nantes” parlamentari è semplice e chiara: “Abbiamo avuto la conferma che l’offerta politica di destra e sinistra è insufficiente per esprimere la rappresentanza cattolica”, dice Bonfanti, “nel Pd sconfitto è molto chiaro, ma lo stesso Formigoni, che esce mortificato dalla trattativa per Roma con Berlusconi, ne è conferma. Noi continueremo a fare un’altra offerta, moderata, diversa dal bipartitismo, per evitare che il sistema si fossilizzi”.
Ma lì al centro la partita è tutt’altro che facile. In difficoltà è soprattutto Pier Ferdinando Casini, e non solo per i numeri. La scelta di astenersi dal voto per le presidenze di Camera e Senato non parla di equidistanza, o di “un’opposizione repubblicana”, come dichiarato dal leader dell’Udc, ma di una incipiente irrilevanza del cartello elettorale (o progetto politico, se si preferisce) formato dalla Rosa per l’Italia con l’Udc. Il problema del fantomatico centro dei cattolici è infatti, prima di tutto, un problema geometrico. Anzi longitudinale. Per essere un centro, il partito di Casini non ha più il baricentro a Roma. Se il voto per il Campidoglio ha qualcosa da dire anche su questo, dice che Mario Baccini e Savino Pezzotta sono finiti subito ai ferri corti sull’idea di “equidistanza” e sull’appoggio ad Alemanno. Tanto che Casini ha dovuto invocare una “libertà di coscienza” del tutto improbabile in un ballottaggio. Mentre, però, Gaetano Caltagirone si esprimeva a favore del “cambiamento” e in Laterano non risulta siano state versate lacrime per la sconfitta di Rutelli. Segno che la gerarchia cattolica, se pure poteva avere interesse a verificare la consistenza di un partito cattolico, non avrà difficoltà di sorta a convivere con il centrodestra. E pure con un sindaco di destra.
A fronte dell’indebolimento del “centro del centro” c’è un partitino con due anime poste sull’asse longitudinale. A nord Bruno Tabacci, con forti spruzzate di popolarismo pezzottiano, che a questo punto sembra la componente utopica del progetto. Mentre il peso politico reale sta tutto in Sicilia. I tre senatori Udc, come commentava spietato Gianni Baget Bozzo, sono in realtà di Totò Cuffaro. Ma Cuffaro stesso, “felice di essere al Senato”, ha già dichiarato nemmeno tanto sibillino che “tra due anni sarò ministro”. La verità è che la massa d’urto che ha permesso al “solo partito che mantiene vivo il simbolo e i valori del cattolicesimo politico” di superare gli sbarramenti di Camera e Senato è quella dei siciliani dell’Udc. Insomma “gli scampati”, come dicono immaginificamente da quelle parti, al terremoto politico del centrodestra che ha tolto il controllo dell’isola a Cuffaro per metterlo nelle mani degli autonomisti di Raffaele Lombardo. Lombardo ha sbaragliato gli avversari, ha tagliato l’erba sotto i piedi anche all’ex Forza Italia. Può diventare, come molti pensano, l’equivalente siculo della Lega, nel senso di un radicamento stabile nel governo delle istituzioni e del territorio. Soprattutto, i numeri dovrebbero garantirgli lunghi anni di tranquillità politica, nei quali consolidare i molti granai del consenso siciliano che già furono proprietà dell’Udc di Cuffaro. Un quadro politico che dunque prevede un indebolimento progressivo degli scampati dell’Udc.
Quadro che però non convince per niente un ex democristiano di lungo corso come Calogero Mannino. Mannino è forse il nome di maggior prestigio politico nella pattuglia siciliana che ha salvato dal fallimento Casini. Da buon ex dc, ama le distinzioni sottili e le visioni politiche basate su pazienti tempi lunghi. Spiega ad esempio che non bisogna confondere “il progetto dell’Udc con quello di rifare la Dc”. Piuttosto, la convinzione è che serva ancora, oggi, “un partito di iscritti, di militanti che votano, popolare nel senso pieno”. E che questo invece non è garantito dall’attuale offerta partitica. Spiega che il problema non è “attestarsi in difesa dell’orgoglio”, non è per nulla convinto, soprattutto, della lettura tombale offerta da Baget Bozzo: “Se fosse davvero prevalsa la sua visione, non ci sarebbe più spazio per la dottrina sociale e l’impegno dei cattolici, ma non è vero. Oggi ci sono due partiti radicali di massa, li definisco così, che sono culturalmente e antropologicamente distanti, sul piano dei valori, dalla visione che esce dalla dottrina sociale cattolica”. Per Mannino vale anche per Silvio Berlusconi, “che vuole un partito alieno da ogni influenza culturale cattolica”.
Ma questo non risolve, da solo, il problema di un ruolo possibile per l’Udc. E non avere ruolo, Mannino lo sa benissimo, è l’equivalente di un fallimento. Il politico siciliano ha però in testa un suo piano B, che giocoforza è anche l’unico a disposizione di Casini: “Innanzitutto questo governo, in cui l’unica testa pensante sarà Tremonti, la testa economica del nord, comincerà ad avere problemi seri già in autunno, quando ci sarà il Dpef. In secondo luogo, tra un anno ci sono le elezioni europee, saranno quelle il banco di prova per altre aggregazioni, non costrette nello schema del voto utile”. I conti sulla consistenza di un voto cattolico differente, insomma, si faranno lì.  Nel frattempo, secondo Mannino, si può stare fermi e prendere nota che la famosa irrilevanza dei cattolici è un problema che riguarda piuttosto Roberto Formigoni, perché “lo scarto che Berlusconi ha imposto a lui è della stessa natura della preclusione ideologica che Berlusconi ha imposto all’Udc”.
Allora bisogna cambiare fronte, e vedere da vicino se l’analisi di Mannino a proposito del Pdl, e del potenziale contributo alla politica dei cattolici che esprime, cioè la sua corrente formigoniana, è corretta oppure no. Lunedì, ad Arcore, l’incontro tra Berlusconi e il governatore lombardo, accompagnato dal vicepresidente dell’Europarlamento Mario Mauro, abile mediatore ciellino dalle movenze morotee, e celebrato alla presenza dei due “padrini” Sandro Bondi e Mariastella Gelmini, ha prodotto quello che appare un dignitoso compromesso di realismo. Formigoni poteva perdere la partita e tenersi la sua legittima incazzatura, o sublimarsi in versione padre della patria. Ha scelto la seconda, ha fatto buon viso al dovere di restare al Pirellone, si è pure detto felice di correre per un quarto mandato: condizione indispensabile per non gettare la regione nell’ingovernabilità, con la Lega da subito a far campagna elettorale. Soprattutto, ha salvato il salvabile, nelle condizioni date, di un progetto politico più ambizioso. In cambio del suo magnanimo passo indietro, Formigoni avrebbe ottenuto, condizionale d’obbligo, un lasciapassare ministeriale per il “fratello minore” Maurizio Lupi (la Funzione pubblica potrebbe essere una scelta tatticamente lungimirante) e soprattutto la promessa di un ruolo importante nel partito. E questo è il punto. Negli ambienti ciellini nessuno nega che il governatore puntasse alla presidenza del Senato, ruolo chiave per cinque anni di magistero politico a mani libere, per tessere all’interno del Pdl la tela di una componente cattolico-moderata. Forte, se non abbastanza da diventare egemonica, almeno da potergli garantire la corsa per la futura leadership. Insomma, il progetto di trasformare a poco a poco “l’ospitalità” di una componente cattolica dentro a un grande contenitore laico in qualcosa di più organico. Scalata respinta con perdite, e sul perché forse non ha torto Mannino. Ma progetto in grado di proseguire, spiega invece il tessitore Mario Mauro, “nell’idea che noi abbiamo di una politica non più intesa come egemonia, ma come testimonianza: come capacità di realizzare delle cose”. Insomma la strada attualmente individuata dai ciellini per contrastare il virus dell’irrilevanza dei cattolici.

di Maurizio Crippa

 

Sono convinto che l'impostazione che predispone alla politica dei cattolici sia stata per troppi lunghi anni intrisa di spirito "democrats" che oggi fa più o meno eco al PD di Veltroni (e che nella realtà trova il gusto del concreto nel PdL), che non ad altri partiti più tradizionalmente cattolici, ma tutti sembrano comunque un restiling in chiave moderna della DC, come le riedizioni della 500 e della mini ma che hanno il sapore snob del sushi piuttosto che degli spaghetti al sugo. Finché il PD non chiarirà definitivamente a quali ascendenze vorrà rifarsi, se quella socialdemocratica europeista o quella democratica americana e non è dato saperlo in tempi brevi, appare oggi un adolescente di cui si fatica a capire i talenti.
Di fatto lo spirito di rinascita, di dinamismo, di voglia di fare lo troviamo oggi nel PdL, mentre paradossalmente, il partito riformista per antonomasia sembra quello che difende le posizioni delle rendite acquisite, dello statalismo aziendalista che non sa dire chiaro e tondo a chi impone a un'impresa come Alitalia l'esubero di 10000 posti di lavoro e però pretende che l'azienda sia competitiva sul mercato internazionale, che tutto questo è una follia da pagare a suon di finanziamenti pubblici e perciò di soldi che gli italiani non hanno più. Meglio sarebbe allora il sussidio di disoccupazione, almeno non ci sarebbe l'ipocrisia del finto posto di lavoro, quello che per intenderci infarcisce di amministrativi inutili le nostre amministrazioni. Mentre intanto il mondo lotta per la sopravvivenza con muscoli veri, con quale forza riusciamo ad opporci se almeno non proviamo a diventare bravi in qualcosa? E, soprattutto, chi ci da la sicurezza di essere bravi se non sappiamo neanche chi siamo? Quanto paga il PD questa mancanza di identità, questo saper abbozzare le cose ma mancare di decisione al momento di stringere? quanto guadagna il PdL dall'aver scelto consapevolmente da che parte stare? Di fatto, uno spirito cattolico non è e non dovrebbe avere un ghetto quant'anche partitico in cui rimanere confinato, sarebbe in contraddizione con l'aspirazione stessa del cristianesimo. Meglio tanti cristiani a salare il mondo che tutti lì nella saliera, che è poi come la parabola dei talenti. Trovo tra l'altro triste e strumentale il tentativo di relegare tutti i cattolici in un solo gruppo o schieramento di sinistra o di destra o di centro che sia. Detto questo, è necessario ritrovare con forza le radici cristiane dell'Europa e dell'Italia, uscire dalla crisi d'identità, dall'incapacità provocata dalla paura di prendere una decisione che non sia semplicemente frutto di un calcolo statistico, da una linea dettata dall'alto, dalla maggioranza tout court che diffida dei suoi stessi leaders, ma che invece sia il risultato dalla fiducia che si ripone in chi prende le decisioni e al quale si è deciso, per quel limitato arco di tempo di dar fiducia. Questo, mi sembra un atto di maturità del quale non sempre l'italiano medio è riuscito a fregiarsi, benché quest'ultima tornata elettorale abbia finalmente fatto alzare la testa a molti che erano rimasti lì a guardarsi la punta dei piedi.
A me sembra che il cattolico oggi pecchi di due difetti: uno di presunzione, di cultura vicina alla sinistra per cui l'attitudine è sempre quella di ritenere di saper guardare talmente tanto avanti da non vedere più dove si mettono i piedi e l'altro, di timore e nichilismo, e vengono entrambi dallo stesso atteggiamento di perdita di fiducia per il prossimo per cui o uno si sente troppo "avanti" per questo mondo o questo mondo è troppo crudele perché valga la pena di far qualcosa. Se i cattolici desiderano veramente tornare a far sentire le proprie ragioni è ora che tornino ad amare un po' di più questo mondo che qualcuno, ci piaccia o meno, sta tentando di tenere insieme come può. E' meglio un impegno, soprattutto se consapevole, che un non impegno. Detto questo e per rimanere qui vicino, la cultura del fare ha bisogno di gente che sappia prendere delle decisioni e in un momento storico come l'attuale, che le sappia prendere col coraggio della scelta e non del giochino della politichetta infantile e quattrinara a cui la sinistra umbra ci a abituati. Forse il Popolo della Libertà è una realtà troppo giovane per un'Umbria dalle rendite di potere fortissime ma di certo è una realtà peggiore del peggior incubo che questa classe politica potesse immaginare e di certo è un vento che non porta semplicemente l'eco del nuovo che avanza ma è il nuovo che avanza.
Ernesto Rossi
postato da Ernestor alle ore aprile 30, 2008 20:08 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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